mercoledì 5 giugno 2013

Riflessioni "olistiche": diario di una naturopata

Tempo di riflessioni.
Tempo di perplessità, di dubbi, di interrogativi.
Più passa il tempo e più divento insofferente verso ruoli, stereotipi e stili convenzionali. E tali sono anche quelli che ci si aspetta da un cosiddetto "operatore olistico".
Ma cos'è poi mai questo "operatore olistico" o "costruttore di percorsi" o "fautore di evoluzione e crescita" per dirla con un paio dei tanti sinonimi in circolazione?
Sinceramente ... non lo so, o almeno non lo so più.
C'era un tempo in cui credevo che, in ogni campo della vita, fosse importante scegliere ciò che ci piace fare e portarlo avanti con passione, impegno, studio, esperienza ... e se poi ciò che piace è il mondo della cosiddetta "medicina complementare" meglio ancora. Una possibilità in più di aiutare gli altri trasmettendo la fiducia che stare meglio è possibile, che possiamo avere una vita più sana e più felice. 
Non che il contadino o l'idraulico o l'avvocato non aiutino gli altri. Ogni professione, ogni conoscenza è un mezzo e dipende sempre da come viene utilizzato, un po' come la nostra automobile.
E allora perché ho sempre più la sensazione di far parte mio malgrado di una specie di élite, unica custode delle verità (ma "la verità è una, le altre sono non-verità" cit. dal film Cloud Atlas) impegnata in una crociata di liberazione? Perché mi sembra di girare in un suk ed essere travolta e stordita dalla troppa quantità di merce, dai troppi odori, dai troppi richiami dei venditori?
Perché questo mi crea disagio?
Forse perché nel DNA è la memoria di altre battaglie, di altre crociate iniziate tutte più o meno allo stesso modo. Corsi e ricorsi storici? Forse.
Forse perché amo i mercatini, ma spesso li trovo tutti uguali e raramente originali? Forse.
Tra l'incudine e il martello ... 
Dall'altra parte ci sono i fruitori di questo "libero mercato", anime alla continua ricerca, purché la ricerca le porti sempre e solo all'esterno. Anime voraci alla ricerca di "percorsi" che diano risposte, che colmino vuoti, prese e perse nella troppa facilità di reperire cose. Cose, sì, non informazioni, che non è la stessa cosa. Una nuova forma di dipendenza, sottile, ma non meno pericolosa. La dipendenza da cose dette, da ricerca di evoluzione, da pillola magica. E in un'epoca così de-materializzata come la nostra questo spostamento d'oggetto ci sta tutto. Se "siamo alla ricerca" e siamo "persone spirituali" (ohimé) non possiamo essere attaccati alle cose materiali e da loro dipendenti. No! Non sia mai! I soldi? Bleah! Già, siamo tutti filosofi e viviamo di puro prana; il che è di certo possibile, ma da quel che so applicata solo da pochi asceti. 
Comprendo sempre più la saggezza di antichi Maestri, il significato da loro attribuito alla parola "percorso". E mi sovvien la nigredo, l'albedo e la rubedo, parafrasando il grande Leopardi.
La dipendenza non si sana cambiando l'oggetto della stessa. Questo è un dato di fatto. Però la si rende più politicamente corretta, più glamour, più "in".
Una ricerca di salvezza che mi preoccupa ricordando a cosa ha portato circa 2000 anni fa, storia moderna in fondo. 
E torno all'incudine e al martello. 
Alla mia personale sensazione di essere da una parte tirata a forza in un mondo cui sento di non appartenere perché di maschere non ne voglio più. Non voglio smettere abiti qualunque per indossarne di più variopinti e scintillanti così da sentirmi a mio agio nell'ambiente spirituale.
Dall'altra non voglio prestarmi a fare la "consulente" di chi si rivolge a me solo per avere conferme, per trovare la scorciatoia per il ben-essere a buon mercato o per suggerirmi cosa fare e cosa consigliare che "tanto lo hanno letto su internet". Giustamente poi si meravigliano che, come professionista, io chieda anche un compenso: ma che cosa sconcia!!!!

Pensate che questo sia lo sfogo di una persona adirata o delusa o sconfortata?
Tutt'altro!
E' una presa di coscienza di chi sono, cosa sono, cosa faccio e quanto merito. E' volermi finalmente bene. E' essere pronta a dire ciò che sento senza preoccuparmi di cosa si possa pensare di me, come persona e come professionista. Non sono più una brava bambina.

E' riflettere su quanto intimamente condivido l'affermazione di un carissimo amico il quale, alla domanda "Cosa fai? Di cosa ti occupi?" risponde sempre sorridendo "Non faccio niente". 

Perché quando sei in connessione con l'Universo non è il Fare, ma l'Essere.

B.


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